Il discorso di insediamento di Alessandro Mazzoli alla Segreteria del PD Lazio

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Care amiche, cari amici, care compagne, cari compagni,

 

innanzitutto, voglio salutare da qui tutte le nostre iscritte e tutti i nostri iscritti e insieme a loro gli oltre 300.000 cittadini del Lazio che, attraverso le primarie, hanno voluto ribadire la forza del progetto del Partito Democratico.

 

Nel corso di questi mesi, la campagna congressuale è stata alimentata da un impegno straordinario dei circoli, dei militanti, dei volontari, ed è cresciuta attraverso un lavoro appassionato e intelligente che oggi ci consente di avere un Pd più forte.

 Ringrazio i segretari che ci hanno portato fin qui, Nicola Zingaretti e Roberto Morassut.

 Grazie ad Ileana Argentin per il suo impegno generoso, per la sua disponibilità al confronto costruttivo e per la sua tenacia.

 

Fin dal principio della fase congressuale, ho guardato con attenzione e con rispetto a tutte le posizioni e a tutti gli orientamenti. Se lo scopo era ed è la costruzione del Partito Democratico bisognava favorire il massimo di libertà affinché ognuno potesse scegliere contenuti e opzioni. La grande partecipazione ai congressi di circolo e la straordinaria affluenza alle primarie ci consegnano una grande domanda di partecipazione alla vita del partito – segno, quest’ultimo, di vitalità del Pd – insieme a una grande domanda di unità del partito.

 

Stiamo costruendo il Pd. Lo vogliamo al servizio delle persone, lo vogliamo forte e autorevole. Siamo orgogliosi di questo processo perché fa parte del nostro modo di intendere la modernità. Il percorso che abbiamo avviato ci ha consentito e ci consente di ribadire la nostra idea di democrazia, quella che di rifà alla Costituzione. Costruendo il Partito democratico, grazie ad ampi meccanismi di partecipazione, dimostriamo come per noi esiste un’idea di Stato, di società, di modernità che è alternativa a quella populista propugnata dal centrodestra. Un’alternativa che vogliamo costruire rafforzando e riformando il sistema parlamentare, modificando la legge elettorale affinché siano i cittadini a scegliere chi li rappresenta.

 

Per uscire dalla deriva plebiscitaria in cui il nostro Paese è stato trascinato, occorre avviare una stagione di riforme che rendano efficiente la democrazia italiana. Raccogliamo la sfida delle riforme. L’obiettivo è una democrazia più forte e più matura.

 

In questo quadro, non si può non affrontare il tema della giustizia. Che sia necessario rivedere il nostro sistema è innegabile. Ma farlo significa rispondere alle esigenze di tutti i cittadini e non di uno solo. Siamo d’accordo sulla necessità di garantire una ragionevole durata dei processi. Il disegno di legge sul processo breve che il Governo Berlusconi ha elaborato, va però nel segno opposto: salvaguardare il presidente del consiglio, ledendo i diritti e le aspettative di giustizia della stragrande maggioranza degli italiani. Su questo terreno, non ci può essere confronto. Quanta distanza c’è tra questa proposta della destra e la drammatica vicenda che ha portato alla morte di Stefano Cucchi. Colgo l’occasione per esprimere la mia vicinanza ad Angiolo Marroni, per la vile minaccia di cui è stato vittima.

 

Nel Paese sono aperte due grandi questioni: una democratica e una sociale, entrambe di estrema gravità. Emergenze che non sono separate tra loro, bensì facce della stessa medaglia. Dimostrano, infatti, che il centrodestra non è in grado di governare l’Italia né di farci uscire dalla crisi.

 Il tentativo di nascondere le difficoltà economiche e di imbavagliare la stampa, il decadimento della vita pubblica e la demonizzazione di chi la pensa altrimenti, sono solo mezzi per nascondere l’inadeguatezza della destra al governo.

 Le condizioni critiche dell’economia e della società non sono un tema presente nell’agenda politica. Si preferisce discutere di altro, fuorché dei problemi reali della gente.  

 

Questo processo alza un muro pericoloso tra dimensione sociale e realtà politico-istituzionale. Senza la discussione politica, senza dialettica parlamentare i problemi veri sfuggono dall’agenda decisionale. Occorre chiamare le cose col loro nome: la crisi c’è, non è psicologia, è più reale che mai. Va affrontata e va affrontata subito. Dopo diciassette mesi dal suo insediamento, siamo di fronte a un Governo latitante, incapace di riconoscere la crisi perché incapace di affrontarla.

 

Eppure, le questioni aperte sono sotto gli occhi di tutti. Pensiamo alle piccole e medie imprese, paralizzate dalla mancanza di liquidità. Una liquidità fatta di pagamenti non rispettati, di carico fiscale, di difficile accesso al credito e di elevato costo del credito. Il tutto, a fronte di un Governo che si è precipitato ad aiutare il sistema bancario. Pensiamo ancora agli ammortizzatori sociali, con la necessità di prolungare la cassa integrazione ordinaria, i problemi di erogazione per quella in deroga e la mancanza di tutele per il precariato.

 

L’assenza di interventi da parte del Governo rischia di consegnarci, all’indomani della crisi, un Paese più diviso, più ingiusto, più debole. Un Paese stremato. Che fatica a rialzarsi e riprendere il cammino.

 

Per dare nuova linfa ai consumi, serve restituire risorse ai redditi medio-bassi, alle famiglie che vivono di salari, stipendi e pensioni, a chi è al di sotto della soglia di povertà. Stimolare l’economia significa partire, in prima battuta, dando il via alle piccole opere immediatamente cantierabili da affidare agli enti locali, quindi investire sull’efficienza energetica e sul risparmio. Non servono palliativi.

 

In questo quadro, vanno rimessi al centro gli enti locali. Il sistema delle autonomie in questi mesi si è sostituito a un Governo incapace di attuare misure anticrisi, aiutando con i propri scarsi mezzi imprese e famiglie. I Comuni sono stati lasciati soli, di fronte alle emergenze sociali ed economiche, indeboliti nella capacità di chiudere i bilanci e di fare investimenti. Condivido la proposta di Bersani di organizzare, come prima iniziativa di mobilitazione del Pd,, un’assemblea di mille amministratori del partito aperta a colleghi di ogni schieramento per affermare il federalismo nei fatti e non nelle parole.

 

Rimettere al centro il lavoro come grande questione democratica. Da questo, il Pd deve ripartire con quattro iniziative:

 

1.      avviare misure contro l’impoverimento dei redditi da lavoro, garantendo soglie minime di reddito, salario e pensione;

2.      favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro con percorsi che non trasformino la flessibilità in precariato a vita, ma siano anzi progressivamente garantiti;

3.      ragionare il sistema pensionistico in prospettiva futura e in considerazione dei suoi effetti sulle giovani generazioni;

4.      rivisitare la legislazione sull’immigrazione e sulla cittadinanza.

 

Rappresentare e dare voce a chi maggiormente soffre la crisi attuale, ai più deboli, è il nostro compito. Solo se ripartiamo da lì, sapremo offrire all’Italia la prospettiva di un Paese giusto, più moderno, più europeo. Un Paese con maggiori opportunità di vita e di futuro. Per tutti, e in particolare per i più giovani.

 

Dobbiamo fare fino in fondo i conti con l’impatto della crisi nel Lazio. Una regione in cui alcuni indicatori dimostrano come ci siano le capacità di uscire dall’emergenza, però occorrono adeguate politiche per concretizzare questo percorso. Nel 2008 la crisi economica e finanziaria ha colpito soltanto parzialmente il sistema regionale, con una flessione del prodotto interno lordo di appena lo 0,1% nel 2008, a fronte del -1% in Italia. La sostanziale tenuta del sistema regionale si lega alla presenza di modelli di sviluppo incentrati prevalentemente sul terziario, all’elevato peso della Pubblica Amministrazione, all’alta concentrazione di imprese in settori strategici quali i trasporti, le telecomunicazioni e il credito, ai più alti investimenti in ricerca e sviluppo. Nel corso del secondo trimestre del 2009, l’occupazione nel Lazio registra una crescita, seppur contenuta rispetto al forte calo dell’inizio dell’anno. Il tasso di occupazione nella regione tocca il 59,9%, sopravanzando di due punti la media nazionale.

 

Ma l’altra faccia della medaglia è quella della cassa integrazione, che nell’ultimo anno ha subito un vero boom. Solo ricorrendo agli ammortizzatori sociali, migliaia di lavoratori non sono stati espulsi dal processo produttivo. Un dato su tutti: nei primi sei mesi del 2009 nel Lazio abbiamo registrato un aumento del 324,8% delle ore di cassa integrazione guadagni, che in un solo semestre hanno superato quelle totalizzate nei due anni precedenti.

 

I forti contraccolpi subiti a causa della crisi dal tessuto economico sociale li ritroviamo anche nel calo del numero delle imprese: nei primi sei mesi del 2009, il sistema imprenditoriale laziale perde oltre 2 mila imprese. Nello stesso periodo, assistiamo a una forte crescita delle sofferenze bancarie e a una stretta creditizia a danno soprattutto delle piccolissime imprese, quelle rappresentate da famiglie produttrici.

 

A soffrire, accanto alle imprese, sono proprio le famiglie. Aumenta nel Lazio l’indebitamento medio e calano gli investimenti. Cresce anche il disagio economico: una famiglia su sei nella nostra regione è in difficoltà, non riuscendo a pagare l’affitto, le bollette, le spese mediche. Si riduce il benessere in quasi una famiglia su due, si impoverisce la classe media e la ricchezza si concentra sempre di più nelle mani di poche famiglie agiate. Le sofferenze sempre più diffuse dei nuclei familiari italiani le ritroviamo nell’aumento di oltre il 30% degli sfratti negli ultimi due anni.

 

E’ di fronte a questo quadro preoccupante che noi dobbiamo guardare al futuro e agli interessi generali a partire da un preciso punto di vista: quello dei più deboli, di chi è maggiormente in difficoltà perché ha sulle spalle il peso delle ingiustizie, delle inefficienze, delle distorsioni del sistema. Questo è il lavoro che ci attende, anche nel Lazio.

 

Penso che questi siano stati anni importanti per la nostra regione. L’azione di governo regionale ha consentito non solo di affrontare i grandi problemi e le emergenze, ma anche di impostare e avviare un processo nuovo nel tentativo di aggredire i nodi strutturali dello sviluppo del Lazio. Il macigno del debito sanitario ha messo in seria discussione l’azione di governo e la sua efficacia nel rapporto con la società regionale. Un macigno che è interamente nelle responsabilità della destra. E oggi la stessa destra che governa l’Italia non può pensare di utilizzare la sanità del Lazio come arma di ricatto verso il governo regionale in vista delle elezioni di marzo.

 

Voglio essere più chiaro. A fronte del debito certificato in questa legislatura, è stato concordato un piano di rientro con l’allora Governo Prodi attraverso il quale era stata avviata l’opera di risanamento e di riorganizzazione del sistema sanitario regionale. Nel momento in cui si è insediato il Governo Berlusconi, il tema del debito della sanità nel Lazio ha iniziato a essere lo strumento di pressione e condizionamento del Governo sulla Regione.

Vedo che il Popolo delle Libertà si adopera a organizzare convegni per illustrare le ricette sulla sanità. Noi stiamo ancora aspettando che chiedano scusa ai cittadini del Lazio per la vergogna dei 10 miliardi di euro di debiti.

 

La sanità. Il diritto alla salute dei cittadini stia fuori dalla battaglia elettorale. Così come la politica deve restare fuori dalle nomine della sanità. È l’ unico modo per rispondere in maniera efficace all’ esigenza di riorganizzazione del sistema sanitario e di efficienza del servizio ai cittadini.

 

Guardando al lavoro della Regione, esprimo un forte apprezzamento per il fatto che il Lazio, primo in Italia, ha firmato con Cgil, Cisl e Uil il “Patto contro la crisi”. Lo spirito di condivisione con cui le parti sociali si sono confrontate per poi concordare una strategia d’azione a favore della società e delle imprese è quello con cui dobbiamo operare.

 Trovare risposte efficaci alle esigenze dei cittadini è il risultato di un processo partecipativo che sarà l’impegno del Pd del Lazio. Per questo penso che sia le federazioni e sia i circoli debbano discutere il “Patto contro la crisi” e  aprire, su tutto il territorio regionale, un confronto con la società del Lazio. La Regione per combattere concretamente la crisi ha introdotto, anche in questo caso prima in Italia, il reddito minimo garantito a sostegno di disoccupati, inoccupati e precari.

 E’ stato anche varato il Piano Casa.

 

Non dobbiamo disperdere questo patrimonio accumulato nell’esperienza di governo del centrosinistra. Ma perché la proposta che presentiamo ai cittadini sia più credibile è opportuno lavorare per realizzare le condizioni di un’intesa con quelle forze moderate in grado di riconoscersi intorno allo stesso progetto di sviluppo per il Lazio, senza perdere nessuno per strada.

 

Non possiamo, a questo punto, esimerci dall’affrontare la vicenda che ha portato alle dimissioni il presidente della Regione. Un gesto, quello di Piero Marrazzo, che ha avuto il significato di separare le vicende personali e private dell’uomo dall’istituzione regionale. Una scelta che dimostra una volta di più come per chi ha responsabilità di governo è indispensabile una coerenza di comportamenti tra la sfera pubblica e quella privata.

 

Questa vicenda impone al Pd innanzitutto di sviluppare, in questi giorni, una forte iniziativa politica rivolta alla costruzione di un largo schieramento di centrosinistra, capace di estendere i suoi confini anche a forze moderate come l’Udc, che in campo nazionale sono all’opposizione del governo e possono condividere con noi nel Lazio un grande progetto di governo della regione. Costruire rapidamente una colazione forte e credibile, e scegliere in modo condiviso una candidatura autorevole per la presidenza della Regione Lazio sono condizioni urgenti per rilanciare un processo politico credibile. Noi proponiamo un largo schieramento di centrosinistra per individuare il candidato presidente della Regione attraverso il metodo delle primarie e che le stesse si svolgano il 24 gennaio del 2010.

 

Il lavoro di Montino, della giunta, della maggioranza non può essere disperso. La nostra è una sfida ambiziosa: lavorare per collocare la crescita della Capitale d’Italia dentro la crescita regionale. Colmare il divario che c’è stato e che c’è per affrontare l’anomalia storica della regione: una grande metropoli con una corona intorno a sé. Un grande pieno e un grande vuoto. Uno squilibrio che fa male soprattutto a Roma. Perché nella competizione globale non basta il municipio, è necessaria la regione. Le città europee che negli ultimi 20 anni hanno realizzato un grande balzo in avanti, come Barcellona o Monaco, hanno avuto il sostegno di forti sistemi regionali, come la Catalogna e la Baviera. Dobbiamo lavorare per garantire uno sviluppo più equilibrato tra Roma e il resto del Lazio.

 

Innanzitutto, partiremo da quelle che ritengo essere le chiavi dello sviluppo nazionale ma anche regionale. Investire sull’innovazione, in una prospettiva che deve essere non più esclusivamente di breve termine. Investire sull’innovazione significa innanzitutto puntare su formazione, università e ricerca. Investire sulla conoscenza, sulle intelligenze, sui talenti. Se soltanto pensiamo alle università del Lazio, ai centri di ricerca, e se proviamo ad immaginarli come un sistema, come una rete, avremo di fronte il principale polo universitario e scientifico d’Europa.

In fondo è questa l’altezza della nostra sfida: il Lazio come regione d’Europa.

 

Innovazione significa anche un moderno sistema di infrastrutture e collegamenti. E’ la qualità della vita della città di Roma che richiede un’idea moderna ed efficiente per il sistema della mobilità, che sia perlomeno di dimensioni regionali. E’ per rispondere alle esigenze della vita quotidiana delle persone che serve tutto ciò.

 Ma innovazione significa anche infrastrutture immateriali e banda larga come condizione di cittadinanza e di accesso ai sistemi in rete e a tutte le opportunità che la rete porta con sé.  

 

Innovazione come scelta strategica di investire sullo sviluppo sostenibile e sulla green economy. Cito soltanto per titoli: raccolta differenziata dei rifiuti, acqua come bene pubblico, produzione energetica da fonti rinnovabili, difesa dell’ambiente come grande occasione di sviluppo, sostegno all’agricoltura di qualità e alla valorizzazione del paesaggio.

 

Davvero non c’è spazio per il ritorno al nucleare. Davvero è incomprensibile la scelta del Governo che, contrariamente a quanto accade nel resto del mondo, sceglie la strada di un improbabile nucleare di terza generazione.

 Innovazione significa darsi strumenti adeguati di programmazione dello sviluppo territoriale. Va in questo senso la riforma regionale in materia urbanistica che consente il trasferimento di deleghe e funzione alle Province, comportando una maggiore rapidità delle decisioni e anche una maggiore responsabilità nelle stesse.

 

E’ evidente che, per lavorare in questa direzione, va affrontato e risolto nel modo giusto il tema istituzionale che è davanti a noi: come si applica la legge su Roma Capitale. Se si applica nel senso di una esclusività, e dunque di una chiusura di Roma, o se si applica nel senso si un giusto rafforzamento delle prerogative e delle funzioni della Capitale dentro un più forte sistema regionale.

 

In questo anno e mezzo, Roma si è fermata. Si è fermata per il drastico calo delle opere pubbliche, si è fermata sulle politiche per la casa, si è fermata per l’incapacità di chi governa di reagire alla crisi. Era stata promessa più sicurezza. Questo era uno dei motivi portanti della campagna elettorale di Alemanno. Su questo tema non sono stati fatti passi avanti. Anzi. Il susseguirsi di gravi episodi di violenza dimostra che è in corso una regressione sociale e culturale che preoccupa e ci sollecita all’impegno. Chiama in causa tutte le forze democratiche, tutte le istituzioni, proprio come ha proposto il presidente della Provincia di Roma in risposta alla violenza contro immigrati e omosessuali. Noi combattiamo ogni forma di violenza, siamo contro ogni azione che punti a colpire la libertà delle persone e a identificare il diverso come un pericolo e non come una ricchezza. Devono tornare in campo i valori della tolleranza, dell’inclusione, della solidarietà. I valori propri della sinistra e del centrosinistra di Roma. Dobbiamo ripartire dalla valorizzazione della battaglia di opposizione che è stata impostata e avviata a Roma. Un’opposizione che lavora su due fronti: quello della denuncia del  fallimento dell’Amministrazione Alemanno, e quella della costruzione di un profilo di alternativa alla destra. Un’alternativa politica e culturale.

 Con le elezioni del 2008 a Roma si è chiuso un ciclo politico.

 Sarebbe stato giusto discutere sui motivi della sconfitta. Discutere è sempre opportuno.

 Oggi dobbiamo cogliere l’occasione di questo congresso per ripartire dalla società e per aprire una nuova fase politica nel centrosinistra di Roma, che abbia come obiettivo quello di tornare al governo quanto prima.

 

Guardando al Partito democratico del Lazio, mi preme sottolineare il grande impegno, appassionato e intelligente, profuso durante la fase congressuale prima, quella delle primarie poi. Nel Lazio, i congressi di circolo e le primarie ci consegnano una grande domanda di partecipazione alla vita del partito, insieme a una grande domanda di unità. Stiamo costruendo il Pd, lo vogliamo al servizio delle persone, lo vogliamo autorevole.

 

Il nostro compito, ora, è radicare il Pd nella società, creare un partito solido, presente, capace di affrontare i limiti strutturali dello sviluppo nazionale e regionale. L’obiettivo è realizzare quel rinnovamento dei gruppi dirigenti che è indispensabile per avere un Pd forte e credibile.

 

Per essere efficace il PD deve partire dalla definizione di un suo profilo, distinguibile su ogni materia. Il profilo di un partito popolare, riformista, moderno. Popolare significa anche dei territori. E’ proprio dai territori che dobbiamo ripartire per dotarci di una classe dirigente realmente regionale, che sia espressone delle diverse realtà locali, pur riconoscendosi in un impianto programmatico comune. Le nuove classi dirigenti vanno selezionate nei territori cui va riconosciuta autonomia.

 Per farlo, occorre consolidare la vita dei circoli, renderli un punto di riferimento per iscritti, simpatizzanti e cittadini, iniziando dal fornire le risorse necessarie per essere attivi e funzionali. La mia idea è quella di un Pd in cui c’è bisogno di tutti, in cui prima ci si confronta e  poi si decide, in cui ognuno deve lavorare, pur nelle differenze, per un obiettivo comune e per costruire un progetto comune.

La mia idea di unità significa gruppi dirigenti unitari che valorizzino il pluralismo politico e territoriale, per il 50% composti da donne e per il 50% composti da uomini.

Costruire un partito radicato significa lavorare già dalle prossime settimane per aprire circoli nei luoghi di lavoro e di studio e attivare a livello regionale e territoriale gruppi di lavoro tematici che ci consentano di rilanciare la nostra elaborazione e le nostre proposte su tutte le principali questioni.

 

Penso che tutti noi dobbiamo guardare all’esperienza dei giovani democratici come a una realtà che, nella sua autonomia, può offrire a tutto il partito un contributo importante e irrinunciabile. La passione politica e civile di tante ragazze e di tanti ragazzi che si misurano non solo con i problemi di una generazione, ma con i problemi della società intera, costituiscono per noi un patrimonio prezioso che va accolto, rispettato e valorizzato in tutte le occasioni e ad ogni livello.

 

Dobbiamo cogliere l’occasione di questo congresso per ripartire dalla società e per aprire una nuova fase politica del centrosinistra che abbia come principale obiettivo quello di riconfermarci alla guida della Regione, delle Province e dei Comuni già amministrati, nonché di tornare al governo in quelle realtà – a partire dal Comune di Roma – in cui la destra ha avuto la meglio.

 

Care democratiche e cari democratici,

 

sono convinto che l’impegno e l’entusiasmo dimostrati in queste ultime settimane continueranno. Sono sicuro che proseguiremo a lavorare con spirito unitario per costruire un Partito democratico che sia un’alternativa credibile al governo del centrodestra. Un partito fatto di uomini e donne convinti che un’Italia migliore, un Lazio migliore non siano solo auspicabili ma possibili. Sta a noi tutti realizzare una società più giusta, concretizzando gli ideali in cui crediamo. Io sarò pronto a raccogliere tutti i contribuiti utili. Perché l’essere democratici inizia da qui.

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