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Stress and the City. Salute a New York. (L’Unità, 26 gennaio 2016)

Di 27 Gennaio 2016PD Lazio

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La Salute, il grande assente dal dibattito sulle città

È forse venuto il momento di accorgersi che siamo stabilmente entrati in una nuova fase storica di urbanizzazione di massa, le Nazioni Unite prevedono che nel 2050 circa i due terzi della popolazione mondiale vivrà in aree urbane, oggi più della metà dei 7 miliardi di abitanti della Terra vive in una città, Shangai e Karachi hanno oltre 24 milioni di abitanti e per ogni secondo che passa due persone si trasferiscono dalle campagne alle città.
Ovunque.
Un tale movimento di popolazioni è motivato dagli immediati benefici legati al reperimento delle risorse primarie che per gli esseri umani, con poche eccezioni, sono il lavoro, le infrastrutture educative e culturali e anche la densità di presidi medici.
Questo ultimo parametro ci impone una riflessione su quali possono essere le conseguenze di una simile urbanizzazione sulla salute?
Le statistiche sono chiare: obesità, disturbi cardiovascolari, diabete e disturbi mentali, ovvero le 4 principali cause di disabilità al mondo.
Vista in questa prospettiva l’urbanizzazione costa parecchio.
Il costo è legato alla riduzione della salute generale della popolazione, alle cure ma soprattutto alla riduzione della produttività legata alla disabilità.
La nostra salute dipende per la maggior parte dal luogo nel quale viviamo per il 50% dall’ambiente fisico e dalla condizione socio-economica; per il 30% dai nostri comportamenti che a loro volta sono spesso influenzati da dove viviamo e solo per il 20% dalla genetica e dalle cure mediche.
Il 23 ottobre 2015 è uscito il libro Saving Gotham di Tom Farley (web, lk), l’assessore alla salute di New York City durante gli anni del sindaco Bloomberg.
L’agenda politica di Bloomberg era molto ambiziosa e Farley ha dovuto trasformare un dipartimento che fino ad allora si era occupato solo di igiene e controllo di infezioni in una moderna struttura di prevenzione delle malattie croniche.
Tutti ricordano la lotta al fumo di sigarette con lo Smoking Free Act del 2003  che ha portato a una riduzione di oltre il 50% dei fumatori adolescenti attraverso martellanti messaggi educazionali, tasse e divieti assoluti in tutti i luoghi pubblici.
Ma anche l’alimentazione è stata al centro delle sue politiche, compresa la possibilità di dare buoni per comprare cibi sani in sussidio alle aree più deprivate della città.
I ristoranti di New York dal 2006 sono stati obbligati a esporre l’apporto calorico dei cibi sul menu e poco dopo anche la quantità di sodio, mentre dal 2008 sono stati proibiti i cibi contenenti i cosiddetti trans-fat, i diabolici grassi polinsaturi, causa di aterosclerosi e ictus.
I medici di base cittadini hanno contribuito alla lotta contro l’obesità e i cosiddetti disturbi non-trasmissibili con controlli di massa della pressione arteriosa, del diabete e della depressione.
La battaglia è stata sanguinosa combattuta con campagne di comunicazione e tanta strategia politica, contro colossi industriali che possedevano tutti i mezzi per difendere i propri interessi.
Non tutte le sfide sono state vinte, ma alcuni risultati sono stati di grande impatto, un aumento della aspettativa di vita di 3 anni e una inversione di tendenza della prevalenza dell’obesità in età scolare.
L’eredità di Bloomberg è stata raccolta dall’attuale sindaco Bill De Blasio  con buona pace di tutti quelli che “solo un milionario ce la poteva fare”.
L’impegno di Bill De Blasio appare altrettanto ambizioso e con importanti ricadute economiche e sociali.
Due mesi fa De Blasio ha lanciato NYC Thrive, una roadmap per la salute mentale rivolta a tutti.
Proprio tutti nessuno escluso, perché i problemi di salute mentale sono la principale causa di disabilità a livello di popolazione e influenzano la capacità delle persone di lavorare, di studiare, di condurre una vita familiare e aumentano la loro probabilità di ammalarsi, in questo senso lo stato di salute mentale di una comunità è affare di tutti.
Questa è la forza del messaggio che il sindaco di New York ha avuto il coraggio di lanciare e che più di ogni altro tentativo richiama una presa di coscienza collettiva contro lo stigma che da sempre circonda l’argomento “salute mentale” e che impedisce a molte persone di rivolgersi a centri specialistici quando ne hanno bisogno.
Secondo un sondaggio del 2014, circa mezzo milione di New Yorkesi soffrivano di depressione, ma meno del 40% di loro ha ricevuto un trattamento; i Newyorkesi depressi hanno difficoltà a trovare lavoro e una probabilità tre volte superiore di avere problemi di salute.
Per Bill De Blasio è molto chiaro che il costo di una massiccia azione di prevenzione e cura dei disturbi mentali è nettamente inferiore al costo economico (ridotta produttività, costi legati alla salute) e sociale (abusi di sostanze, accattonaggio, reati) della passività e dell’assenza di politiche adeguate.
Quella di New York è certamente un’esperienza virtuosa di una leadership locale visionaria che tutti si augurano ci venga consegnata con le prossime elezioni amministrative, forse la Mela che toglie il medico di torno è quella grande dell’isola di Manhattan dove dovrebbero recarsi in pellegrinaggio di apprendimento e a loro spese, i candidati a sindaco della martoriata Capitale d’Italia.

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(Valentina Mantua)

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